ANTONELLO MENNE: IL CAMMINO, TRA FEDE E SCOPERTA DI SE.
ANTONELLO MENNE: IL CAMMINO, TRA FEDE E SCOPERTA DI SE.

ANTONELLO MENNE: IL CAMMINO, TRA FEDE E SCOPERTA DI SE.

Ascoltarlo mentre parla dei suoi cammini, leggere i suoi diari di viaggio, diventa viverli emotivamente. Poi lo segui, inevitabilmente, lungo i sentieri che ogni volta possibile percorre da solo o in compagnia di altri appassionati di cammini come lui.

Avvocato, Professore all’Università Cattolica di Milano, nel capoluogo lombardo vive ormai da quarant’anni, dopo gli studi ha messo radici e creato famiglia: la “sua” Sardegna la porta dentro, per lavoro o per piacere vola nell’isola molto spesso. Vola o ci va a piedi, non è un passo avanti all’altro, ma un’esperienza.

Camminatore.

Quando cammina, nel lungo andare, raccoglie i pensieri e li scrive. Sono dettagli e riflessioni che forse solo grandi personalità come Antonello Menne sono in grado di trasformare da parole a opere, tra le testimonianze più profonde di un’esperienza non qualsiasi come un Cammino.

Presidente dell’associazione Cammino di Bonaria, che sta accogliendo sempre più numerose adesioni di appassionati, con la consueta disponibilità risponde anche alle mie domande.

Dopo il primo stop imposto dalle autorità sanitarie, la ripresa della socialità ti ha riportato anche in Sardegna. È stato allora che hai iniziato a pensare il Cammino di Bonaria?

“Il 4 maggio 2020 il Governo nazionale ci consentì di riprendere a lavorare e si vide un po’ di luce dopo più di due mesi di duro lockdown. In quei due mesi si consolidò un’idea che già coltivavo da anni: ritornare a piedi nella mia Sardegna. Nei due mesi di “prigionia” studiai il percorso e il primo agosto successivo, con mio figlio Luca, uscii di casa e cominciai a camminare, attraversando la pianura Padana e poi gli Appennini, fino a Savona, dove mi raggiunse Chiara, l’altra mia figlia. Quindi m’imbarcai per Bastia, in Corsica. Dopo averla attraversata fino a Bonifacio, sbarcai a Olbia da dove, con altri amici pellegrini, mi misi in marcia alla volta di Bonaria, a Cagliari. Il Cammino di Bonaria è nato “Camminando”.

Un progetto complesso, ma entusiasmante. Perchè hai voluto creare un Cammino?

“Mentre attraversavo le contrade interne della Sardegna, ho scoperto la forte devozione delle genti di Sardegna per la Madonna di Bonaria, anche da parte dei non credenti. Ho pensato che “Sa Mere Manna” (la Padrona Grande, traduzione) è in effetti il vero punto di unità e condivisione del popolo sardo. Un Cammino ha senso se c’è una meta importante da raggiungere”.

Il Cammino di Bonaria (dalla Basilica di San Simplicio a Olbia, alla Basilica di Bonaria, a Cagliari, ndr) sta diventando sempre più reale: al momento, qual’è lo stato del percorso?

“Abbiamo già posato la pietra di partenza a San Simplicio e il 10 dicembre scorso quella di arrivo a Bonaria. Il 4 febbraio prossimo è prevista la cerimonia di posa delle pietre di sosta a Nuoro, con una celebrazione presieduta dal vescovo Mons. Antonello Mura e alla presenza delle autorità civili. Nel frattempo, stiamo ispezionando le singole tappe e facendo gli incontri nei comuni dove passerà il Cammino, soprattutto per verificare le strutture di accoglienza dei pellegrini. Contiamo di essere pronti entro il 2023″.

È uno dei tanti doni che fai alla tua terra natale? Hai affermato, nelle varie presentazioni dei tuoi libri, che ognuno dona nella misura in cui sente e può donare…

“Credo che nella vita il bene ricevuto debba trovare “sfogo” mettendosi al servizio del prossimo. Nessuno di noi può pensare di percorrere la vita senza l’aiuto degli altri e nessuno può pensare di rinchiudersi nel proprio egoismo. Occorre liberare i talenti e sprigionare il proprio entusiasmo, farsi contagiare dagli altri. Soprattutto occorre mettersi al servizio di chi ha bisogno di una mano di aiuto. Io sono grato alla mia terra natia e sento forte il desiderio di ringraziarla con azioni concrete”.

“Salude e trigu” (salute e grano/pane), è un invito a riscoprire i valori davvero importanti in un mondo troppo preso dall’effimero?

“Sì, occorre ritornare alla terra, alla sua semplicità e essenzialità, senza rincorrere le mete esotiche e le fantasmagoriche illusioni del mondo digitale”.

Nella tua introduzione a “Il ritorno, a piedi da Milano a Bonaria” (Primiceri Editore, 2022), affermi l’esigenza di “tramandare la memoria ai posteri”. Con quale obiettivo, per quanto ti riguarda? Quali “tracce” vuoi lasciare con i tuoi cammini?

“Credo che le cose belle vadano comunicate. Spesso fanno notizia solo i fatti di cronaca nera, la violenza e le guerre. Occorre parlare anche di tante cose nascoste e positive. Non voglio lasciare tracce particolari ma contribuire a fare incontrare le persone in modo pieno e senza pregiudizi. Il Cammino è un luogo di accoglienza dove i pellegrini si spogliano dei propri ruoli e si mettono all’ascolto degli altri e della natura”.

La scrittura, mentre davi vita a “Il ritorno” è stato anche un modo per rivivere il tuo personale Cammino da Milano a Bonaria, per uscire, sia pure animato dai soli ricordi in quel momento?

“La scrittura è sempre un momento di riflessione con sé stessi. Per me è anche un momento di verifica, soprattutto quando assume le sembianze del racconto. A volte le idee viaggiano confuse, quando ti metti a scrivere fai chiarezza fino alla stesura finale. Per me scrivere significa continuare a camminare”.

Dopo il Cammino di Santiago (raccontato in Ti mancherà, Forolocultura 2018), meta che hai raggiunto più volte, hai percorso la Via Francigena (raccontata in Tanta Vita, Forolocultura 2019), quindi il grande salto: Da Roma a Gerusalemme (Primiceri Editore, 2021), con i tuoi due figli. Cos’è la condivisione di un’esperienza come il Cammino?

“Io amo camminare in solitudine e possibilmente in silenzio. Anche quando sono con altri pellegrini, affronto le tappe in silenzio, poche parole fino alla sera quando, al momento della cena, si riapre il mondo della comunicazione. Con i miei figli condivido l’esperienza del cammino fin dal 2016 quando, attraversando il Portogallo, arrivai a Santiago. Camminare con loro in Terra Santa è stato un regalo immenso. Auguro a tutti i genitori di vivere un’esperienza così intensa. Unica”.

Non è mera attività fisica. Quanto sono determinanti per il tuo camminare: fede, voglia di staccare dalla frenesia del quotidiano, isolarsi per ritrovare se stessi?

“Il Cammino è un atto fisico, richiede cura del corpo e particolare prudenza. Per me, prima di tutto, è un momento di raccoglimento e di ascolto”.

Un uomo di Legge, di fede, come te, come ha vissuto e sta vivendo il tempo della pandemia?

“La pandemia ci ha restituito delle verità con le quali non vogliamo fare i conti fino in fondo: fragilità, vulnerabilità, incertezza. La crescita tumultuosa dell’economia e della tecnica hanno relegato l’Uomo in un angolino, lo hanno ridotto a “consumatore” di beni; l’intelligenza artificiale sta facendo il resto. Penso che a tutto questo dobbiamo reagire con un percorso di “Umanesimo integrale”, secondo la felice espressione di Maritain”.

Cosa studi e valuti durante la fase organizzativa di un Cammino?

“Il Cammino non è programmazione. La cosa importante è prepararsi spiritualmente perché fin dalla prima tappa, anche se sei in compagnia di altri, sarai da solo, con i tuoi dubbi e le tue paure. Non scelgo le persone, tutto è sempre avvenuto in modo naturale”.

Percorrere lunghe distanze camminando, mette in moto tutta una serie di valori: accoglienza, condivisione, rispetto nei confronti di altri pellegrini. Ma anche opportunità di lavoro, per territori spesso dimenticati. Una voce da potenziare per il turismo sostenibile e responsabile?

“I pellegrini che entrano nei villaggi a fine tappa o semplicemente lungo il percorso sono portatori di pace. Animano il territorio, portano esperienze diverse, hanno voglia di conoscere ma anche di raccontare le loro storie. Tra i pellegrini e gli abitanti del posto si crea immediatamente una complicità che non è facile da spiegare. Poi cercano un letto per dormire e una locanda per mangiare. Quando, a fine cammino, ritornano nelle proprie case si porteranno dentro la gioia delle singole tappe e saranno i più grandi promotori dei territori che hanno attraversato”.

L’Associazione “Cammino di Bonaria” si è formata concretamente a Lula (NU), tempo fa. Chi fosse interessato/a a vivere queste esperienze, a chi può rivolgersi?

“A breve avremo un sito web e saremo presenti nei social. Appena completeremo il lavoro di verifica delle singole tappe pubblicheremo la Guida e finalmente il Cammino di Bonaria sarà fruibile da tutti”.

Camminare. Passo dopo passo, una scelta ben precisa si compie nella consapevolezza che coprire una distanza non diventi semplicemente spostarsi. Lasciare dietro di se, prima di affrontare lunghi sentieri zaino in spalla, titoli e professionalità. Tu ed il tuo zaino, senza le personali zone di comfort. Ma dovunque ci sia vita che riconosce il pellegrino, ci sarà anche accoglienza, una casa dove riposarsi e trovare ristoro. Poi ripartire per la prossima tappa, la freccia che indica la destinazione e la distanza diventano motivazione che da l’energia necessaria. Ma la vera motivazione ogni pellegrino la trova dentro di se, perchè camminare, fare i Cammini, non è una semplice sequenza di passi.

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